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PARTE
I
CHE COS'E' L'ESISTENZIALISMO?
LA
RICERCA
In tutti i suoi aspetti, umili o alti che siano, l'esistenza dell'uomo
è la ricerca dell'essere. La tendenza volgare al godimento e al
benessere e lo slancio religioso verso Dio (per considerare gli
atteggiamenti più opposti) sono ugualmente, come tutti gli altri
atteggiamenti della concreta umanità, la ricerca di uno stato, cioè
di una condizione o di un modo d'essere, nel quale venga garantita
la realizzazione di esigenze o bisogni considerati fondamentali.
L'uomo cerca in ogni caso un appagamento, un completamento, una
stabilità che gli mancano. Cerca l'essere. Questa condizione è caratteristica
della sua finitudine. Se egli cerca l'essere, non lo possiede, non
è, lui, l' essere. Rendersi conto di questa finitudine, scrutarne
a fondo la natura è il compito fondamentale dell'esistenzialismo.
Ma rendersene conto o scrutarla non significa soltanto farne oggetto
di speculazione ma prenderne atto e decidere di conseguenza. Qui
appare chiaramente la prospettiva nuova dell'esistenzialismo. Esso
esige dall'uomo impegno nella propria finitudine. Esige che nella
ricerca dell'essere che costituisce la sostanza di ogni suo quotidiano
o eccezionale atteggiamento, egli non dimentichi o disconosca per
l'appunto questa sostanza: non dimentichi e disconosca che tale
ricerca ha un senso o un fondamento solo in virtù della sua limitazione
costitutiva, solo in virtù della sua insufficienza ed instabilità
e che pertanto ogni passo in quella ricerca non fa che consolidarlo
nella finitudine della sua natura.Tale esigenza gli chiude certe
prospettive, ma gliene apre subito altre, molto più feconde. Gli
chiude la prospettiva di un appagamento finale, di un possesso definitivo
e inalienabile, di una attesa troppo fiduciosa ed inerte; ma gli
apre quella della lotta, della realizzazione di sé e della conquista.
E in tale prospettiva le cose cambiano. L'uomo non deve lanciarsi
verso l'essere con la pretesa di captarlo e di poterlo, quandocchesia,
dominare tutto, non deve nutrire l'illusione di convertirsi in esso
e di identificarsi con esso, - illusione che gli prepara la caduta
inevitabile nello smarrimento e nella disperazione. Deve invece
consolidarsi nella sua capacità di ricerca e di acquisizione, accettando
e riconoscendo i propri limiti e lavorando entro questi limiti in
profondità, con la rinunzia a ogni dispersione. Questo impegno è
nello stesso tempo il riconoscimento della natura ultima dell'uomo
e l'autodefinizione metafisica dell'uomo in quanto finitudine: l'uomo
è l'originaria, trascendentale possibilità della ricerca dell'essere.
L'IMPEGNO
NELLA FINITUDINE
Appare qui chiaramente il secondo motivo fondamentale dell'esistenzialismo.
Il filosofare non è privilegio dei filosofi. E' l'impegno dell'uomo
verso la propria finita condizione di uomo, verso i limiti che lo
condizionano e lo stimolano. Questo impegno può realizzarsi nella
fede come nell'azione, nella speculazione come nell'arte. Esso non
esclude nessun compito, nessuna condizione umana. Esclude solo il
suo contrario, cioè il non-impegno, il disconoscimento della finitudine.
Ma questo imprime già una direttiva sicura all'esistenza, le dà
già la norma della sua costituzione autentica. Esclude la distrazione,
la dispersione, esclude tutto ciò che rompe il vincolo esistenziale
dell'uomo con se stesso e con gli altri; giacché esige il raccoglimento
delle proprie forze e la solidarietà fattiva con gli altri. La finitudine,
come sostanza dell'esistenza, diventa norma dell'esistenza. E questa
norma portando l'uomo a realizzarsi come finito, lo porta nello
stesso tempo continuamente al di là di sé, giacché lo consolida
nella sua capacità di ricerca, nella possibilità del suo rapporto
con l'essere.
Così quella che a prima vista appare la debolezza dell'uomo, l'impotenza
della sua natura finita, si converte in forza e in potenza. Il riconoscimento,
l'accettazione e la scelta operano la trasformazione. Ma questa
trasformazione è in realtà una fondazione. L'uomo realizza fino
in fondo la sua natura finita perché ha deciso di sceglierla. La
scelta decisa significa l'appassionarsi dell'uomo al suo compito,
la sua risoluzione di essere sino in fondo esclusivamente se stesso.
E il se stesso non è dato all'uomo anteriormente alla scelta e alla
decisione. La scelta e la decisione lo costituiscono; la ricerca
dell'essere è la ricerca del proprio essere, del proprio se stesso,
dell'io. L'io è l'unità fondamentale dell'essere dell'uomo. Ma di
tale unità l'uomo non gode come di un privilegio che non può perdersi:
egli deve realizzarla ritraendosi dalla dispersione degli atteggiamenti
impropri e raccogliendosi nell'unità di un compito unico. L'io non
è un dato psicologico o antropologico, non è un fatto oggettivamente
osservabile; è l'esigenza fondamentale verso cui l'uomo muove nella
sua ricerca dell'essere, il termine che egli tende a costituire
e a fondare nel suo rapporto con l'essere.
L'io stesso è perciò trascendente. L'uomo non lo ritrova finché
rimane immerso e disperso nella finitudine, cioè nel molteplice
eterogeneo dei suoi atteggiamenti insignificanti, ma lo ritrova
solo quando assume, su di sé la finitudine e convoglia il molteplice
degli atteggiamenti verso l'unità di un compito. E anche quando
l'ha ritrovato può ancora perderlo, sicché la sua decisione non
è un atto puntuale ma una continuità di processo nel quale il rischio
della dispersione e della perdita è sempre presente.
LA TRASCENDENZA
Si presenta qui il terzo tema fondamentale dell'esistenzialismo:
la trascendenza. L'eliminazione di ogni dato, la risoluzione di
tutto l'essere nella sua essenza problematica, fa apparire in tutta
la sua enorme importanza il movimento della trascendenza. Giacché,
come l'io è continuamente trascendente per l'uomo in quanto deve
continuamente rapportarsi ad esso per realizzarlo, così è trascendente
l'essere del mondo. Realizzarsi come io significa appassionarsi
al proprio compito e appassionarsi al proprio compito significa
far uscire il mondo dalla dispersione degli avvenimenti insignificanti
e riconoscerlo nella serietà e nella consistenza del suo ordine,
nel quale ogni cosa è un mezzo o un ostacolo per la realizzazione
dell'io. Il mondo appare come un complesso di vicende insignificanti,
uno spettacolo variopinto, ma privo di consistenza e di serietà,
a chi non ha scelto il suo compito, a chi non ha ritrovato se stesso.
Ma a chi è impegnato sino in fondo nella realizzazione di sé, il
mondo appare come un'unità compatta; la quale deve fornire gli strumenti
indispensabili della realizzazione, ma può anche costituire l'ostacolo
insormontabile e la possibilità di uno scacco. L'accettazione del
mondo nell'essere che gli è proprio, nel suo ordine lucidamente
riconosciuto, è la condizione indispensabile per la realizzazione
di sé ed è quindi essenzialmente connessa a tale realizzazione.
Neppure il mondo è dunque un fatto o un complesso di fatti. Il suo
essere autentico si costituisce soltanto come termine della trascendenza
esistenziale.
LA
COESISTENZA
Ma il significato ultimo della trascendenza si rivela soltanto nella
coesistenza. Questa è il quarto tema fondamentale dell'esistenzialismo.
Potrebbe sembrare che l'uomo che viva nella passione del suo compito
e nello sforzo della realizzazione di sé si ponga in uno splendido
isolamento; in realtà il legame dell'uomo con gli altri uomini è
essenziale all'esistenza e si rivela nei suoi due aspetti fondamentali:
la nascita e la morte. Nascita e morte non sono fatti; non sono,
come si ritiene comunemente, i termini obbligati dell'esistenza
umana, o della vita in generale. Sono possibilità che sta all'uomo
di riconoscere e accettare o disconoscere ed ignorare. Riconoscere
che si nasce significa per me riconoscere che la mia esistenza non
è tutta l'esistenza, che essa è legata, quanto alla sua stessa origine,
all'esistenza degli altri: e significa perciò riconoscere la comunità
con la quale coesisto e che mi ha dato origine. Rendersi conto del
fatto originario, (che tutti verbalmente ammettono ma che non tutti
realizzano nel suo significato esistenziale) che si nasce, significa
rendersi conto della natura essenziale, costitutiva dei vincoli
che legano l'uomo alla comunità e del carattere concreto e individuale
della propria esistenza; il che significa riconoscere la dignità
e l'importanza degli altri rispetto alla mia stessa esistenza. L'esistenza
non basta a se stessa: alla sua origine deve essere posto un atto
di trascendenza verso l'esistenza: la trascendenza verso l'esistenza
è la coesistenza. L'uomo nasce dall'uomo. Questo esprime tipicamente
la necessità della coesistenza per l'esistenza: l'insufficienza
dell'esistenza a se stessa, la necessità del suo ritrovarsi nella
coesistenza. Da quel riconoscimento scaturisce la possibilità esistenziale
della solidarietà umana che è a fondamento delle comunità storiche
e degli aspetti propriamente umani dell'esistenza: l'amore e l'amicizia.
Il rapporto esistenziale si rivela come un vincolo di solidarietà
che sorregge l'uomo nella sua debolezza e nella sua insufficienza
e lo obbliga a rendere agli altri ciò che a lui è stato dato. L'esistenza
del singolo è riconosciuta così legata a quella dell'altro, da non
poterne stare senza. L'amore è la forma tipica del riconoscimento
dell'altro come di un altro se stesso. Esso suppone la trasparenza
evidente dell'uno all'altro, trasparenza per la quale l'uno è per
l'altro proprio ciò che è per se stesso. L'amicizia moltiplica a
sua volta le possibilità di intesa e di incontro fra l'uomo e l'uomo
e, come già vide Aristotele, è costituita da una comunità fondamentale
di interesse e di direttive.
Tutte le forme della coesistenza si fondano sulla natura finita
dell'uomo come possibilità del rapporto con l'essere. L'uomo non
può ricercare l'essere o rapportarsi all'essere, se non coesistendo.
L'uomo non può ritrovare se stesso e costituirsi come io nè riconoscere
la realtà e l'ordine del mondo, se non nell'atto di rapportarsi
agli altri, di riconoscere l'originarietà e l'essenzialità del suo
vincolo con gli altri e di decidersi conseguentemente, alla fedeltà
verso la comunità alla quale appartiene, verso l'amore e verso l'amicizia.
Dall'altro lato la morte. esprime la possibilità della risoluzione
del vincolo coesistenziale. Dalla morte io posso essere tolto agli
altri, al mondo ed a me stesso. La morte non è una fine o un compimento,
ma una possibilità che accompagna tutte le altre e ne costituisce
l'intrinseca limitazione. Essa è la possibilità del non-possibile,
che domina e determina dall'interno ogni opera umana e ne fa un
appello all'avvenire, cioè appunto una possibilità. L'uomo deve
in ogni caso fare i conti con l'avvenire; e in ogni caso l'avvenire
include per lui una minaccia latente: la possibilità che la sua
opera o lui stesso vada perduto. Questa minaccia, se è riconosciuta
ed accettata, diventa un rischio, il rischio deIla riuscita e della
perdita. Ma come rischio è ineliminabile. Proprio dal rischio nasce
infatti la necessità di decidere, l'esigenza della fedeltà.
IL
DESTINO
Qui si incontra il quinto tema fondamentale dell'esistenzialismo.
Se l'avvenire fosse già incluso e precostituito nel passato, se
la storia fosse un progresso continuo, un ordine necessario dal
quale ogni conquista fosse resa definitiva e ogni valore garantito
in eterno, nessuna dispersione, nessuno sbandamento di singoli potrebbero
impedirlo o turbarlo. Ma in realtà l'uomo deve sollevarsi alla storia,
cioè all'ordine nel quale si ritrova il significato del suo essere
come dell'essere del mondo e della comunità, muovendo faticosamente
dalle vicende insignificanti e dispersive del tempo. L'uomo non
è storia: deve farsi storia ritrovando se stesso nel mondo e nella
comunità. Deve sottrarsi alla minaccia del tempo, che è sempre pronto
a sommergerlo nella insignificanza delle sue vicende banali, e affrontare
il rischio della sua riuscita nella storia. Ora questo rischio può
affrontarlo solo disponendosi alla fedeltà: muovendo verso l'avvenire
con la decisione di rinsaldarlo al passato e di ritrovare nel passato
il suo vero se stesso e la vera forma della sua coesistenza con
gli altri. Questa fedeltà è il destino.
Nel mito di Er, Platone immagina che le anime prima di incarnarsi
siano condotte a scegliere il loro destino; e che siano poste dinanzi
a tanti modelli di vita, tra i quali ognuna liberamente può scegliere
quello al quale rimarrà poi necessariamente legato. Ma accade che
ogni anima scelga in base all'esperienza della vita anteriore e
che ad esempio Ulisse, ammaestrato dagli antichi travagli e spoglio
ormai da ogni ambizione, scelga per sé la vita più oscura e più
umile. Questo mito platonico nasconde un insegnamento vitale. Sembra
che nella scelta del proprio compito, nell'accettazione e nel riconoscimento
di quello che per ognuno è il proprio destino, l'uomo abbia dinanzi
infinite possibilità tra le quali la scelta sia indifferente. In
realtà, non c'è possibilità di scelta indifferente. Una sola è la
possibilità che mi è propria ed è quella alla quale posso dedicarmi
con un impegno appassionato e totale. Non è possibile riconoscerla
se non per la possibilità di questo impegno. Non è possibile esaminare
dall'esterno le varie possibilità indifferenti che mi sembrano offerte:
in realtà tutte le altre ci sono soltanto perché io scelga la mia,
che è quella in fondo alla quale ritroverò me stesso e il mio vero
rapporto con gli altri e col mondo. E la decisione non è un atto
puntuale, ma una ricerca continua, un processo di approfondimento,
che scopre nella possibilità che ho scelta una sempre nuova ricchezza,
distogliendomi da ciò che può distrarmi, concentrandomi e consolidandomi
in ciò che mi è proprio. Né io sono io, né sussiste per me una possibilità
qualsiasi, al di fuori dell'impegno, della decisione e della scelta.
L'unità che mi fa io è quella dell'impegno esistenziale, è l'unità
del compito nel quale mi riconosco. Le altre possibilità mi si prospettano
sullo sfondo di questo compito fondamentale che debbo lavorare a
chiarire e a riconoscere. E in questo lavoro gli altri mi possono
aiutare, come io posso aiutarli; ma, da ultimo, la decisione spetta
a me solo.
Certamente, io posso ingannarmi. Come le anime del mito platonico,
posso essere ammaliato o lusingato dal luccicore esterno di certe
possibilità dispersive e posso nel vano tentativo di rincorrerle,
mancare al ritrovamento di me stesso e del mio vero rapporto con
gli altri. Ma in questo caso l'errore mi si farà chiaro, prima ancora
che con lo scacco, con la mia incapacità di consolidare e mantenere
l'impegno. Questa incapacità produrrà immediatamente la caduta nella
dispersione e nell'insignificanza. Io non mi ritroverò in quello
che faccio, perché non sarò quello che debbo essere. Avrò mancato
alla sostanza del mio essere, alla natura ultima della mia finitudine,
sarò stato infedele a me stesso ed agli altri. Al limite di questa
caduta, se nulla mi redime e mi fa ritornare a me stesso, non solo
svaniranno nel nulla le possibilità che sembravano più promettenti,
ma tenderà a disperdersi e a svanire lo stesso mio io ed il mio
rapporto con gli altri: il vincolo esistenziale e coesistenziale
sarà minacciato dalla rottura definitiva dell'isolamento e della
follia. Ma già molto al di qua di questo limite, l'io non avrà la
sua unità propria e non avrà un destino: incapace di fedeltà, sarà
schiavo di vicende insignificanti e si lascerà vivere come un'unità
anonima, senza destino.
L'esistenzialismo tende a sottrarre l'uomo all'indifferentismo anonimo,
alla dissipazione, all'infedeltà a se stesso e altri altri: tende
a restituirlo al suo destino, a reintegrarlo nella sua libertà.
La libertà è l'ultimo e conclusivo suo tema fondamentale. L'uomo
libero è l'uomo che ha un destino. Il destino è la fedeltà al proprio
compito storico, cioè a se stesso, alla comunità e all'ordine del
mondo. La libertà è l'atto di decisione della fedeltà, è la scelta
del proprio compito e la fiducia incrollabile nel suo valore trascendentale,
è la passione spassionata che tutto lucidamente vede e giudica per
poter tutto affrontare.
STORICITA'
DELL'ESISTENZIALISMO
Storicamente, l'esistenzialismo è sulla linea delle grandi metafisiche
dell'occidente, da Platone a S. Tommaso, da Cartesio e Vico a Kant.
Ma queste grandi figure, e tutte le altre che in qualsiasi modo
hanno detto una loro parola nella storia, l'esistenzialismo non
le considera imbalsamate e chiuse nei loro sistemi, ma come personalità
vive e potenti che hanno offerto per secoli agli uomini un modo
di intendersi e di ritrovarsi e che ancora possono e potranno dare,
alle urgenti e vitali domande degli uomini, risposte chiarificatrici.
Egualmente lontano dal dogmatismo e dallo scetticismo, l'esistenzialismo
ritorna ad interrogare i maestri del passato e ne vaglia, rispettoso
e fermo, le risposte. La parola di cui l'uomo è vissuto ieri sarà
forse ancora quella di cui vivrà domani. Ma accorre ritrovarla e
farla risuonare chiaramente, perché la si possa ascoltare. Il compito
di chiarificazione esistenziale è strettamente connesso a un compito
di ricerca e di chiarificazione storiografica. L'uno e l'altro richiedono
impegno, lavoro, fedeltà e tenacia.
L'esistenzialismo non è una scuola e ripudia il proselitismo. Non
essendo pura dottrina ma richiedendo a fondamento della dottrina
un atteggiamento esistenziale, cioè dell'uomo totale, esso può costituire
per l'uomo un richiamo o un aiuto, ma non può sostituirsi alla sua
decisione e al suo impegno. Esso costruisce una via, non impone
una formula. In fondo a questa via, c'è la possibilità per ognuno
di riconoscersi nella sua vera natura e per tutti di comprendersi
e di realizzarsi in una comunità solidale.
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