NICOLA ABBAGNANO

Esistenzialismo positivo

 
 

 
 
Indice

I - CHE COS'E' L'ESISTENZIALISMO?
La ricerca
L'impegno nella finitudine
La trascendenza
La coesistenza
Il destino
Storicità dell'esistenzialismo
 
II - L'ESISTENZIALISMO E' UNA FILOSOFIA POSITIVA
La filosofia come problema
Problematicità della filosofia
La filosofia come esistenza
La filosofia non è contemplazione
Problematicità e problemi
La realtà come possibilità
I filosofi della possibilità: Kant e Kierkegaard
L'equivalenza delle possibilità: L'esistenzialismo negativo
La possibilità trascendentale
La libertà
Il tempo
La storia

 

PARTE I
CHE COS'E' L'ESISTENZIALISMO?

LA RICERCA
In tutti i suoi aspetti, umili o alti che siano, l'esistenza dell'uomo è la ricerca dell'essere. La tendenza volgare al godimento e al benessere e lo slancio religioso verso Dio (per considerare gli atteggiamenti più opposti) sono ugualmente, come tutti gli altri atteggiamenti della concreta umanità, la ricerca di uno stato, cioè di una condizione o di un modo d'essere, nel quale venga garantita la realizzazione di esigenze o bisogni considerati fondamentali. L'uomo cerca in ogni caso un appagamento, un completamento, una stabilità che gli mancano. Cerca l'essere. Questa condizione è caratteristica della sua finitudine. Se egli cerca l'essere, non lo possiede, non è, lui, l' essere. Rendersi conto di questa finitudine, scrutarne a fondo la natura è il compito fondamentale dell'esistenzialismo. Ma rendersene conto o scrutarla non significa soltanto farne oggetto di speculazione ma prenderne atto e decidere di conseguenza. Qui appare chiaramente la prospettiva nuova dell'esistenzialismo. Esso esige dall'uomo impegno nella propria finitudine. Esige che nella ricerca dell'essere che costituisce la sostanza di ogni suo quotidiano o eccezionale atteggiamento, egli non dimentichi o disconosca per l'appunto questa sostanza: non dimentichi e disconosca che tale ricerca ha un senso o un fondamento solo in virtù della sua limitazione costitutiva, solo in virtù della sua insufficienza ed instabilità e che pertanto ogni passo in quella ricerca non fa che consolidarlo nella finitudine della sua natura.Tale esigenza gli chiude certe prospettive, ma gliene apre subito altre, molto più feconde. Gli chiude la prospettiva di un appagamento finale, di un possesso definitivo e inalienabile, di una attesa troppo fiduciosa ed inerte; ma gli apre quella della lotta, della realizzazione di sé e della conquista. E in tale prospettiva le cose cambiano. L'uomo non deve lanciarsi verso l'essere con la pretesa di captarlo e di poterlo, quandocchesia, dominare tutto, non deve nutrire l'illusione di convertirsi in esso e di identificarsi con esso, - illusione che gli prepara la caduta inevitabile nello smarrimento e nella disperazione. Deve invece consolidarsi nella sua capacità di ricerca e di acquisizione, accettando e riconoscendo i propri limiti e lavorando entro questi limiti in profondità, con la rinunzia a ogni dispersione. Questo impegno è nello stesso tempo il riconoscimento della natura ultima dell'uomo e l'autodefinizione metafisica dell'uomo in quanto finitudine: l'uomo è l'originaria, trascendentale possibilità della ricerca dell'essere.

L'IMPEGNO NELLA FINITUDINE
Appare qui chiaramente il secondo motivo fondamentale dell'esistenzialismo. Il filosofare non è privilegio dei filosofi. E' l'impegno dell'uomo verso la propria finita condizione di uomo, verso i limiti che lo condizionano e lo stimolano. Questo impegno può realizzarsi nella fede come nell'azione, nella speculazione come nell'arte. Esso non esclude nessun compito, nessuna condizione umana. Esclude solo il suo contrario, cioè il non-impegno, il disconoscimento della finitudine. Ma questo imprime già una direttiva sicura all'esistenza, le dà già la norma della sua costituzione autentica. Esclude la distrazione, la dispersione, esclude tutto ciò che rompe il vincolo esistenziale dell'uomo con se stesso e con gli altri; giacché esige il raccoglimento delle proprie forze e la solidarietà fattiva con gli altri. La finitudine, come sostanza dell'esistenza, diventa norma dell'esistenza. E questa norma portando l'uomo a realizzarsi come finito, lo porta nello stesso tempo continuamente al di là di sé, giacché lo consolida nella sua capacità di ricerca, nella possibilità del suo rapporto con l'essere.

Così quella che a prima vista appare la debolezza dell'uomo, l'impotenza della sua natura finita, si converte in forza e in potenza. Il riconoscimento, l'accettazione e la scelta operano la trasformazione. Ma questa trasformazione è in realtà una fondazione. L'uomo realizza fino in fondo la sua natura finita perché ha deciso di sceglierla. La scelta decisa significa l'appassionarsi dell'uomo al suo compito, la sua risoluzione di essere sino in fondo esclusivamente se stesso. E il se stesso non è dato all'uomo anteriormente alla scelta e alla decisione. La scelta e la decisione lo costituiscono; la ricerca dell'essere è la ricerca del proprio essere, del proprio se stesso, dell'io. L'io è l'unità fondamentale dell'essere dell'uomo. Ma di tale unità l'uomo non gode come di un privilegio che non può perdersi: egli deve realizzarla ritraendosi dalla dispersione degli atteggiamenti impropri e raccogliendosi nell'unità di un compito unico. L'io non è un dato psicologico o antropologico, non è un fatto oggettivamente osservabile; è l'esigenza fondamentale verso cui l'uomo muove nella sua ricerca dell'essere, il termine che egli tende a costituire e a fondare nel suo rapporto con l'essere.

L'io stesso è perciò trascendente. L'uomo non lo ritrova finché rimane immerso e disperso nella finitudine, cioè nel molteplice eterogeneo dei suoi atteggiamenti insignificanti, ma lo ritrova solo quando assume, su di sé la finitudine e convoglia il molteplice degli atteggiamenti verso l'unità di un compito. E anche quando l'ha ritrovato può ancora perderlo, sicché la sua decisione non è un atto puntuale ma una continuità di processo nel quale il rischio della dispersione e della perdita è sempre presente.

LA TRASCENDENZA
Si presenta qui il terzo tema fondamentale dell'esistenzialismo: la trascendenza. L'eliminazione di ogni dato, la risoluzione di tutto l'essere nella sua essenza problematica, fa apparire in tutta la sua enorme importanza il movimento della trascendenza. Giacché, come l'io è continuamente trascendente per l'uomo in quanto deve continuamente rapportarsi ad esso per realizzarlo, così è trascendente l'essere del mondo. Realizzarsi come io significa appassionarsi al proprio compito e appassionarsi al proprio compito significa far uscire il mondo dalla dispersione degli avvenimenti insignificanti e riconoscerlo nella serietà e nella consistenza del suo ordine, nel quale ogni cosa è un mezzo o un ostacolo per la realizzazione dell'io. Il mondo appare come un complesso di vicende insignificanti, uno spettacolo variopinto, ma privo di consistenza e di serietà, a chi non ha scelto il suo compito, a chi non ha ritrovato se stesso. Ma a chi è impegnato sino in fondo nella realizzazione di sé, il mondo appare come un'unità compatta; la quale deve fornire gli strumenti indispensabili della realizzazione, ma può anche costituire l'ostacolo insormontabile e la possibilità di uno scacco. L'accettazione del mondo nell'essere che gli è proprio, nel suo ordine lucidamente riconosciuto, è la condizione indispensabile per la realizzazione di sé ed è quindi essenzialmente connessa a tale realizzazione. Neppure il mondo è dunque un fatto o un complesso di fatti. Il suo essere autentico si costituisce soltanto come termine della trascendenza esistenziale.

LA COESISTENZA
Ma il significato ultimo della trascendenza si rivela soltanto nella coesistenza. Questa è il quarto tema fondamentale dell'esistenzialismo. Potrebbe sembrare che l'uomo che viva nella passione del suo compito e nello sforzo della realizzazione di sé si ponga in uno splendido isolamento; in realtà il legame dell'uomo con gli altri uomini è essenziale all'esistenza e si rivela nei suoi due aspetti fondamentali: la nascita e la morte. Nascita e morte non sono fatti; non sono, come si ritiene comunemente, i termini obbligati dell'esistenza umana, o della vita in generale. Sono possibilità che sta all'uomo di riconoscere e accettare o disconoscere ed ignorare. Riconoscere che si nasce significa per me riconoscere che la mia esistenza non è tutta l'esistenza, che essa è legata, quanto alla sua stessa origine, all'esistenza degli altri: e significa perciò riconoscere la comunità con la quale coesisto e che mi ha dato origine. Rendersi conto del fatto originario, (che tutti verbalmente ammettono ma che non tutti realizzano nel suo significato esistenziale) che si nasce, significa rendersi conto della natura essenziale, costitutiva dei vincoli che legano l'uomo alla comunità e del carattere concreto e individuale della propria esistenza; il che significa riconoscere la dignità e l'importanza degli altri rispetto alla mia stessa esistenza. L'esistenza non basta a se stessa: alla sua origine deve essere posto un atto di trascendenza verso l'esistenza: la trascendenza verso l'esistenza è la coesistenza. L'uomo nasce dall'uomo. Questo esprime tipicamente la necessità della coesistenza per l'esistenza: l'insufficienza dell'esistenza a se stessa, la necessità del suo ritrovarsi nella coesistenza. Da quel riconoscimento scaturisce la possibilità esistenziale della solidarietà umana che è a fondamento delle comunità storiche e degli aspetti propriamente umani dell'esistenza: l'amore e l'amicizia. Il rapporto esistenziale si rivela come un vincolo di solidarietà che sorregge l'uomo nella sua debolezza e nella sua insufficienza e lo obbliga a rendere agli altri ciò che a lui è stato dato. L'esistenza del singolo è riconosciuta così legata a quella dell'altro, da non poterne stare senza. L'amore è la forma tipica del riconoscimento dell'altro come di un altro se stesso. Esso suppone la trasparenza evidente dell'uno all'altro, trasparenza per la quale l'uno è per l'altro proprio ciò che è per se stesso. L'amicizia moltiplica a sua volta le possibilità di intesa e di incontro fra l'uomo e l'uomo e, come già vide Aristotele, è costituita da una comunità fondamentale di interesse e di direttive.

Tutte le forme della coesistenza si fondano sulla natura finita dell'uomo come possibilità del rapporto con l'essere. L'uomo non può ricercare l'essere o rapportarsi all'essere, se non coesistendo. L'uomo non può ritrovare se stesso e costituirsi come io nè riconoscere la realtà e l'ordine del mondo, se non nell'atto di rapportarsi agli altri, di riconoscere l'originarietà e l'essenzialità del suo vincolo con gli altri e di decidersi conseguentemente, alla fedeltà verso la comunità alla quale appartiene, verso l'amore e verso l'amicizia.

Dall'altro lato la morte. esprime la possibilità della risoluzione del vincolo coesistenziale. Dalla morte io posso essere tolto agli altri, al mondo ed a me stesso. La morte non è una fine o un compimento, ma una possibilità che accompagna tutte le altre e ne costituisce l'intrinseca limitazione. Essa è la possibilità del non-possibile, che domina e determina dall'interno ogni opera umana e ne fa un appello all'avvenire, cioè appunto una possibilità. L'uomo deve in ogni caso fare i conti con l'avvenire; e in ogni caso l'avvenire include per lui una minaccia latente: la possibilità che la sua opera o lui stesso vada perduto. Questa minaccia, se è riconosciuta ed accettata, diventa un rischio, il rischio deIla riuscita e della perdita. Ma come rischio è ineliminabile. Proprio dal rischio nasce infatti la necessità di decidere, l'esigenza della fedeltà.

IL DESTINO
Qui si incontra il quinto tema fondamentale dell'esistenzialismo. Se l'avvenire fosse già incluso e precostituito nel passato, se la storia fosse un progresso continuo, un ordine necessario dal quale ogni conquista fosse resa definitiva e ogni valore garantito in eterno, nessuna dispersione, nessuno sbandamento di singoli potrebbero impedirlo o turbarlo. Ma in realtà l'uomo deve sollevarsi alla storia, cioè all'ordine nel quale si ritrova il significato del suo essere come dell'essere del mondo e della comunità, muovendo faticosamente dalle vicende insignificanti e dispersive del tempo. L'uomo non è storia: deve farsi storia ritrovando se stesso nel mondo e nella comunità. Deve sottrarsi alla minaccia del tempo, che è sempre pronto a sommergerlo nella insignificanza delle sue vicende banali, e affrontare il rischio della sua riuscita nella storia. Ora questo rischio può affrontarlo solo disponendosi alla fedeltà: muovendo verso l'avvenire con la decisione di rinsaldarlo al passato e di ritrovare nel passato il suo vero se stesso e la vera forma della sua coesistenza con gli altri. Questa fedeltà è il destino.

Nel mito di Er, Platone immagina che le anime prima di incarnarsi siano condotte a scegliere il loro destino; e che siano poste dinanzi a tanti modelli di vita, tra i quali ognuna liberamente può scegliere quello al quale rimarrà poi necessariamente legato. Ma accade che ogni anima scelga in base all'esperienza della vita anteriore e che ad esempio Ulisse, ammaestrato dagli antichi travagli e spoglio ormai da ogni ambizione, scelga per sé la vita più oscura e più umile. Questo mito platonico nasconde un insegnamento vitale. Sembra che nella scelta del proprio compito, nell'accettazione e nel riconoscimento di quello che per ognuno è il proprio destino, l'uomo abbia dinanzi infinite possibilità tra le quali la scelta sia indifferente. In realtà, non c'è possibilità di scelta indifferente. Una sola è la possibilità che mi è propria ed è quella alla quale posso dedicarmi con un impegno appassionato e totale. Non è possibile riconoscerla se non per la possibilità di questo impegno. Non è possibile esaminare dall'esterno le varie possibilità indifferenti che mi sembrano offerte: in realtà tutte le altre ci sono soltanto perché io scelga la mia, che è quella in fondo alla quale ritroverò me stesso e il mio vero rapporto con gli altri e col mondo. E la decisione non è un atto puntuale, ma una ricerca continua, un processo di approfondimento, che scopre nella possibilità che ho scelta una sempre nuova ricchezza, distogliendomi da ciò che può distrarmi, concentrandomi e consolidandomi in ciò che mi è proprio. Né io sono io, né sussiste per me una possibilità qualsiasi, al di fuori dell'impegno, della decisione e della scelta. L'unità che mi fa io è quella dell'impegno esistenziale, è l'unità del compito nel quale mi riconosco. Le altre possibilità mi si prospettano sullo sfondo di questo compito fondamentale che debbo lavorare a chiarire e a riconoscere. E in questo lavoro gli altri mi possono aiutare, come io posso aiutarli; ma, da ultimo, la decisione spetta a me solo.

Certamente, io posso ingannarmi. Come le anime del mito platonico, posso essere ammaliato o lusingato dal luccicore esterno di certe possibilità dispersive e posso nel vano tentativo di rincorrerle, mancare al ritrovamento di me stesso e del mio vero rapporto con gli altri. Ma in questo caso l'errore mi si farà chiaro, prima ancora che con lo scacco, con la mia incapacità di consolidare e mantenere l'impegno. Questa incapacità produrrà immediatamente la caduta nella dispersione e nell'insignificanza. Io non mi ritroverò in quello che faccio, perché non sarò quello che debbo essere. Avrò mancato alla sostanza del mio essere, alla natura ultima della mia finitudine, sarò stato infedele a me stesso ed agli altri. Al limite di questa caduta, se nulla mi redime e mi fa ritornare a me stesso, non solo svaniranno nel nulla le possibilità che sembravano più promettenti, ma tenderà a disperdersi e a svanire lo stesso mio io ed il mio rapporto con gli altri: il vincolo esistenziale e coesistenziale sarà minacciato dalla rottura definitiva dell'isolamento e della follia. Ma già molto al di qua di questo limite, l'io non avrà la sua unità propria e non avrà un destino: incapace di fedeltà, sarà schiavo di vicende insignificanti e si lascerà vivere come un'unità anonima, senza destino.

L'esistenzialismo tende a sottrarre l'uomo all'indifferentismo anonimo, alla dissipazione, all'infedeltà a se stesso e altri altri: tende a restituirlo al suo destino, a reintegrarlo nella sua libertà. La libertà è l'ultimo e conclusivo suo tema fondamentale. L'uomo libero è l'uomo che ha un destino. Il destino è la fedeltà al proprio compito storico, cioè a se stesso, alla comunità e all'ordine del mondo. La libertà è l'atto di decisione della fedeltà, è la scelta del proprio compito e la fiducia incrollabile nel suo valore trascendentale, è la passione spassionata che tutto lucidamente vede e giudica per poter tutto affrontare.

STORICITA' DELL'ESISTENZIALISMO
Storicamente, l'esistenzialismo è sulla linea delle grandi metafisiche dell'occidente, da Platone a S. Tommaso, da Cartesio e Vico a Kant. Ma queste grandi figure, e tutte le altre che in qualsiasi modo hanno detto una loro parola nella storia, l'esistenzialismo non le considera imbalsamate e chiuse nei loro sistemi, ma come personalità vive e potenti che hanno offerto per secoli agli uomini un modo di intendersi e di ritrovarsi e che ancora possono e potranno dare, alle urgenti e vitali domande degli uomini, risposte chiarificatrici. Egualmente lontano dal dogmatismo e dallo scetticismo, l'esistenzialismo ritorna ad interrogare i maestri del passato e ne vaglia, rispettoso e fermo, le risposte. La parola di cui l'uomo è vissuto ieri sarà forse ancora quella di cui vivrà domani. Ma accorre ritrovarla e farla risuonare chiaramente, perché la si possa ascoltare. Il compito di chiarificazione esistenziale è strettamente connesso a un compito di ricerca e di chiarificazione storiografica. L'uno e l'altro richiedono impegno, lavoro, fedeltà e tenacia.

L'esistenzialismo non è una scuola e ripudia il proselitismo. Non essendo pura dottrina ma richiedendo a fondamento della dottrina un atteggiamento esistenziale, cioè dell'uomo totale, esso può costituire per l'uomo un richiamo o un aiuto, ma non può sostituirsi alla sua decisione e al suo impegno. Esso costruisce una via, non impone una formula. In fondo a questa via, c'è la possibilità per ognuno di riconoscersi nella sua vera natura e per tutti di comprendersi e di realizzarsi in una comunità solidale.