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L'analisi critica della struttura dell'esistenza come possibilità
di rapporto con l'Essere. E' stata questa la linea di pensiero di
Nicola Abbagnano, di cui ricorre il centenario della nascita il
15 luglio, sviluppata coerentemente nel corso della sua lunga vita.
Docente di Storia della Filosofia nell'Università di Torino, negli
anni Cinquanta e Sessanta, ha rappresentato l'alternativa "laica"
al predominio di area cattolica da parte dei suoi colleghi, personaggi
di alto livello come Augusto Guzzo, Carlo Mazzantini, Luigi Pareyson.
Certo, era un "laico" Abbagnano, ma non nel senso che è stato sviluppato
dai suoi allievi ed assistenti accademici. Abbagnano si dichiarava
sostenitore di una forma di esistenzialismo fedele alla formulazione
data dal danese Soeren Kierkegaard, padre riconosciuto dell'esistenzialismo
novecentesco. E per tale ragione, Abbagnano aggiungeva al suo esistenzialismo
il termine "positivo", per differenziarlo da quello da lui definito
"negativo", formulato dai grandi interpreti Heidegger, Jaspers e
Sartre. Il concetto base dell'esistenzialismo kierkegaardiano è
quello della "possibilità" come scelta ineludibile e non suscettibile
di soluzione razionale. Di fronte ad una simile alternativa, Kierkegaard
affermava che l'Io non può che essere colto dall'angoscia, intesa
come vertigine della libertà, derivante dal fatto che la decisione
presa, anche dopo essere stata messa in atto, rimane una possibilità
che non esclude la validità possibile delle altre. Di fronte a un
problema di ordine logico, se si riesce a trovare la soluzione razionale,
alla fine si è soddisfatti. Di fronte a un "problema" invece di
ordine esistenziale, la scelta di un'alternativa, mediante una decisione
della volontà, lascia intatto a livello teoretico il dubbio che
non si tratti della scelta giusta. Di qui l'angoscia. Abbagnano,
nella sua monumentale Storia della Filosofia, mette in relazione
la posizione di Kierkegaard con quella di Hegel, sostenitore dello
svolgimento necessario della storia come manifestazione dello Spirito
infinito, secondo una prospettiva panteistica. Di fronte alla negazione
della libertà del singolo individuo, espressa da tale concezione,
Abbagnano sottolinea come Kierkegard abbia inteso affermare la dignità
del carattere strutturalmente problematico dell'esistenza individuale.
Così pure, Abbagnano mette in evidenza la differenza tra la concezione
di Kierkegaard e quella di Carlo Marx, a sua volta, come Hegel,
ma in senso materialistico, convinto della necessità del processo
storico che si sviluppa secondo una razionalità dialettica di lotta
di classe.
L'uomo si trova dunque secondo Kierkegaard di fronte a delle alternative
che impegnano la sua libertà senza una risposta razionale. Non tutti
gli uomini però avvertono tale condizione. C'è chi si limita ad
una forma di esistenza a carattere strettamente "estetico", che
secondo l'etimologia del termine si lascia condurre dalle "sensazioni".
A tale condizione, come afferma nell'opera "Aut-Aut" subentra uno
stato di noia, di insoddisfazione, che può risvegliare la coscienza
del soggetto, il quale si pone la questione di senso rispetto al
suo agire. Dallo stadio estetico si passa così a quello "etico",
che corrisponde alla vita condotta secondo le regole della società.
Ma anche questo stadio può essere messo in crisi dall'ulteriore
presa di coscienza della propria responsabilità. A chi si deve rendere
veramente conto del proprio agire? Chi può realmente decidere circa
ciò che è bene e ciò che è male? E' sufficiente la volontà di un
essere umano, o si deve riconoscere che il bene e il male sono tali
realmente solo di fronte all'assoluto, quindi a Dio? Si apre quindi
la possibilità della scelta religiosa, che Kierkegaard, nell'opera
"Timore e tremore" esemplifica con quella paradossale di Abramo.
Abbagnano segue Kierkegaard fino al punto della possibilità della
fede. La scelta a favore dell'uomo o a favore di Dio, come fondamento
dell'ordine morale, non è però, secondo la linea del pensiero kierkegaardiano,
riconducibile ad una risposta razionale. Si può con "timore e tremore"
accettare Dio, e in particolare il Dio cristiano, come decide Kierkegaard,
o rifiutarlo, ma sempre con "angoscia", in quanto la ragione non
esclude l'altra possibilità. Nell'opera " La struttura dell'esistenza",
Abbagnano parla a questo proposito di "possibilità trascendentale",
nel senso che il compito della filosofia è quello di fornire criticamente
il fondamento della possibilità in quanto possibilità, cioè di dimostrare
la " possibilità della possibilità", che non si traduce mai in necessità,
neppure a posteriori, col senno di poi. Tale condizione è estesa
alla storia, al suo carattere di contingenza, cioè di espressione
della libertà umana. Abbagnano polemizza vivacemente, come si è
detto, con i grandi interpreti dell'esistenzialismo, che non sono
rimasti fedeli all'impostazione kierkegaardiana. Heidegger ha affermato
l'inevitabile annullarsi di ogni possibilità, per cui la vita "autentica"
è quella che anticipa tale esito nichilistico mediante l' "essere
per la morte". Jaspers ha a sua volta espresso l'impossibilità di
raggiungere l'Essere trascendente, con l'inevitabile "scacco" per
l'esistenza. Sartre, da parte sua, sostiene che l'uomo è nella situazione
di doversi sostituire a Dio nel decidere su ciò che è bene e su
ciò che è male, "se sia meglio condurre i popoli o ubriacarsi in
solitudine". Abbagnano definisce quindi "positivo" il suo esistenzialismo.
Pur nel dubbio teoretico, in sede pratica, l'uomo "deve" scegliere
quali contenuti dare alla sua azione. E negli ultimi anni, come
un antico saggio stoico, in conversazioni tenute con il pubblico
attraverso i giornali, era solito raccomandare di agire secondo
una linea di moderazione e di tolleranza tale da non annullare il
diritto altrui alla "possibilità".
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Da: "La Voce del Popolo", 15 luglio 2001
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