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La prima formulazione originale del pensiero
di Abbagnano - dopo i tentativi giovanili di contrapporsi all'idealismo
crociano e gentiliano attraverso la rivendicazione delle "sorgenti
irrazionali del pensiero" o la rivalutazione dell'importanza filosofica
del sapere scientifico - è strettamente legata all'introduzione
della filosofia dell'esistenza nella cultura filosofica italiana,
quale viene delineandosi nel corso degli anni Trenta soprattutto
tra Torino e Milano, e alla discussione che su di essa si sviluppò
prima e durante la guerra. Nel 1939 Abbagnano pubblicava La
struttura dell'esistenza, un libro che - com'ebbe a scrivere
quasi trent'anni dopo Norberto Bobbio - "non assomigliava a
nessuna delle opere filosofiche che si erano andate scrivendo
in quegli anni, anche nella forma, che era scabra, lineare, senza
i soliti impeti oratori e le solite virtuosità dialettiche",
un libro "non facile" ma che "proprio perchè era scritto
con rigore, guidato e sorretto da una rara disciplina mentale,
si lasciava capire". Per Abbagnano la filosofia è, come per
Heidegger e anche per Jaspers, ricerca dell'essere,
e questa ricerca avviene interrogando l'uomo, che è definito
nella sua esistenza proprio dalla possibilità di porsi il problema
dell'essere, cioè dallo "sforzo verso l'essere". Abbagnano distingueva
però nettamente la propria posizione filosofica da quella dei
due maggiori esponenti tedeschi della filosofia dell'esistenza,
e soprattutto prendeva le distanze dall'esito negativo a cui
gli sembrava che entrambi approdassero. Secondo Abbagnano,
Heidegger considera lo sforzo verso l'essere "rispetto al suo
punto di partenza", cioè rispetto alla situazione iniziale,
cosicchè‚ "l'esistenza appare come un esistere dal niente",
e il niente diventa perciò "il termine che consente di definire
l'esistenza e di stabilirla nella sua natura autentica". Jaspers,
invece, considera lo sforzo verso l'essere "rispetto alla sua
situazione finale", concependo l'essere "al di sopra dello
sforzo che muove verso di esso" e cioè come trascendenza,
inattingibile dalla ricerca. La conclusione è che la ricerca dell'essere
diventa per Heidegger "esistere per il niente", e per Jaspers
"realizzazione della propria impossibilità" - vale a dire
diventa nel primo caso "angoscia", nel secondo "scacco".
Abbagnano respingeva così da un lato l'identificazione heideggeriana
dell'esistenza autentica con il "vivere per la morte",
dall'altro la concezione jaspersiana di un essere inattingibile
da parte dell'uomo, verso il quale la filosofia tende senza mai
riuscire a raggiungerlo e, tanto meno, a oggettivarlo. All'esistenzialismo
di Heidegger e di Jaspers egli contrapponeva un'impostazione per
la quale "la situazione finale dello sforzo verso l'essere
realizza la propria essenziale unità con la situazione finale",
e per caratterizzare questa unità faceva ricorso alla nozione
di struttura qual era stata enunciata da Dilthey. L'esistenza
ha una propria struttura, ma questa non è data all'uomo; essa
si presenta invece come una possibilità da realizzare.
L'esistenza si costituisce infatti come possibilità, e trova il
suo fondamento nella possibilità della possibilità, cioè nella
possibilità trascendentale.
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Abbagnano proponeva perciò - in polemica con
Heidegger e con Jaspers, ma più tardi anche con il Sartre de L'être
et le néant - un esistenzialismo "positivo", rivolto
a sottolineare la problematicità dell'esistenza e l'impegno dell'uomo.
In questo contesto assumono un rilievo centrale la nozione di
libertà e, strettamente collegata con essa, quella di scelta.
L'uomo è definito, secondo Abbagnano, dalla possibilità di
scegliere tra le possibilità che gli sono date, di realizzarne
alcune e non altre - e in ciò consiste appunto la possibilità
trascendentale. L'uomo può scegliere tra esistenza autentica ed
esistenza inautentica, tra la fedeltà al proprio essere e la dispersione
della quotidianità. La possibilità di scelta che Abbagnano gli
attribuisce acquistava così un significato normativo, che Heidegger
aveva invece escluso: "la norma è il dover essere della libertà
come trascendenza", un dover essere che coincide con il dovere
di pervenire alla realizzazione della propria struttura.
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Contro l'idealismo, contro la dissoluzione dell'individuo
nel processo di realizzazione dello spirito infinito (Croce)
o nell'atto puro del pensiero (Gentile), Abbagnano rivendicava
perciò la finitezza dell'uomo, la sua temporalità, la sua
libertà di scegliere tra le possibilità offerte dalla situazione
in cui si trova, il valore morale di questa scelta. Negli scritti
immediatamente successivi a La
struttura dell'esistenza,
cioè nell'Introduzione all'esistenzialismo e nei saggi
di Filosofia religione scienza e di Esistenzialismo
positivo, egli perveniva al riconoscimento del fondamentale
carattere problematico non soltanto dell'esistenza dell'uomo,
ma di ogni realtà: la filosofia stessa è, per lui, "un
sapere o una ragione problematica". La ragione "finita", consapevole
della finitezza dell'uomo e del suo rapporto con un mondo anch'esso
problematico, veniva così contrapposta alla ragione "giustificatrice"
di stampo hegeliano. Su questa base Abbagnano definiva il rapporto
della filosofia da un lato con la religione, dall'altro
con la scienza. La filosofia addita all'uomo la via della
ricerca, la religione quella della credenza. In quanto al rapporto
con la scienza, esso è determinato dal fatto che la filosofia
non è conoscenza, non può cioè pretendere di offrire ai risultati
del sapere un'integrazione metafisica: la scienza esaurisce l'ambito
di ciò che può essere conosciuto, e la filosofia non ha una via
di accesso al mondo diversa dal sapere scientifico. Essa è invece
un "compito" che si pone all'uomo in virtù della sua stessa esistenza.
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Questa definizione della filosofia e del suo
rapporto con la scienza costituisce il punto di partenza della
fase "neoilluministica" del pensiero di Abbagnano, inaugurata
dalla partecipazione - insieme con Bobbio e con Ludovico
Geymonat, ma anche con matematici, fisici, ingegneri - ai
dibattiti del Centro di Studi metodologici. Fin dal 1934
Abbagnano aveva dedicato un volume a La fisica nuova, prendendo
in esame la teoria della relatività, la teoria dei quanti e il
principio di indeterminazione di Heisenberg, e cercando
di porne in luce il significato filosofico. Dopo il '45, mentre
andava maturando il distacco dall'esistenzialismo, l'interesse
per la scienza ritornava a essere centrale nel suo pensiero. Contro
le interpretazioni pragmatistiche o convenzionalistiche della
scienza Abbagnano ne affermava il valore conoscitivo, anzi il
carattere di conoscenza valida. Soltanto la scienza consente
di "ordinare" e quindi di conoscere il mondo; la filosofia non
costituisce una forma di conoscenza diversa o alternativa alla
scienza, ma è piuttosto riflessione su di essa, è cioè indagine
gnoseologica o epistemologica. Nello stesso tempo Abbagnano
proponeva un'interpretazione del sapere scientifico rivolta a
sottrarlo al determinismo della scienza ottocentesca, e in particolare
alla categoria di necessità, che il positivismo classico ha avuto
in comune con le metafisiche romantiche. Su questo terreno egli
poteva rifarsi alla nozione di possibilità, quale egli
l'aveva formulata nella stagione esistenzialistica. Se la scienza
ottocentesca ha inseguito l'ideale di una concatenazione causale
dei fatti, esprimibile in un sistema di leggi necessarie, la scienza
contemporanea va invece in cerca di rapporti di condizionamento.
Ciò vale non soltanto per la fisica, a partire dalla teoria della
relatività e dal principio di indeterminazione, ma anche e soprattutto
per le scienze sociali. E proprio sul terreno della sociologia
- una disciplina verso la quale la cultura idealistica aveva proclamato
l'ostracismo, considerandola una "falsa scienza" - Abbagnano dava
un contributo importante, che si richiamava, del resto, al riconoscimento
della socialità come dimensione fondamentale dell'esistenza umana.
All'uomo è essenziale il rapporto con gli altri, e quindi la possibilità
di comunicazione: spetta alla sociologia porre in luce le dimensioni
concrete che questa possibilità assume, muovendo dalla sua struttura
portante che Abbagnano individuava nell'atteggiamento.
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La
fase "neoilluministica" del pensiero di Abbagnano si apre nel
1948, con l'articolo Verso un nuovo illuminismo, che nel
pragmatismo deweyano e nel neopositivismo riscontrava un'ispirazione
comune all'idealismo positivo, consistente nel considerare la
ragione "ciò che essa è, una forza umana diretta a rendere
più umano il mondo". Da ciò il programma di una trasformazione
razionale della realtà, in nome di una ragione "limitata" ma non
per questo impotente, che si affiancava a una concezione "metodologica"
della filosofia. Questa fase si concludeva nel 1961 con la pubblicazione
del Dizionario di filosofia.
Dopo di allora Abbagnano venne sempre più ponendo l'accento sui
problemi dell'esistenza quotidiana e su una concezione della filosofia
come "saggezza", di chiara ascendenza platonica (e non a caso
Platone fu, tra i filosofi del passato, l'autore da lui prediletto).
Di fronte al fallimento del neoilluminismo, in un clima culturale
che aveva visto il successo di un marxismo proteso a raccogliere
l'eredità dell'idealismo, il pensiero di Abbagnano si rivolgeva
alla gente comune, assumendo uno stile sempre più "popolareggiante".
Se "la filosofia non consola" - come suonava il titolo di un saggio
di un suo allievo morto giovanissimo - essa può almeno aiutare
nelle scelte che ognuno deve compiere nella vita di ogni giorno,
presentando le possibilità alternative che gli si prospettano:
un compito estraneo alle scienze, a cui il sapere scientifico
dà tuttavia un contributo indiretto, ma non perciò meno essenziale,
attraverso la conoscenza del mondo e della stessa condizione umana.
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